05/06/2009
La Yakuza (1° parte): dalle origini agli anni '60
Il Giappone è uno dei Paesi al mondo con il più basso indice di criminalità, ma, nello stesso tempo, ospita una delle più grandi organizzazioni criminali a livello mondiale: la yakuza.
Alla yakuza, secondo dati risalenti al 2005, aderiscono circa 86.300 affiliati divisi in varie famiglie. Per farci un'idea di cosa è la yakuza, potremo paragonarla alla mafia italiana con cui ha molti punti in comune. C'è però una grande differenza con la Mafia italiana; se la Mafia è una organizzazione
segreta che vive nell'ombra, la yakuza, sembra incredibile a dirsi, vive allo scoperto: ha i suoi uffici, i suoi aderenti sono facilmente riconoscibili dai tatuaggi che spesso mostrano pubblicamente, le insegne delle varie famiglie sono spesso oggetto, addirittura, di attività di marchandising. Ma, si potrebbe pensare, che arrestare i membri e i capi della yakuza, visto che non si nascondono, dovrebbe essere abbastanza facile, ma, come vedremo, soprattutto nella seconda parte dell'articolo, non è così semplice la cosa.
Sulle radici storiche della yakuza, circolano due ipotesi, ma tutte e due concordano comunque sul periodo di nascita di quella che poi sarebbe diventata la mafia giapponese: il 17° secolo tra la fine dell'Era Muromachi e l'inizio dell'Era di Edo.
La prima ipotesi, forse quella più accreditata, fa risalire le origini ai Kabuki-Mono, o Hatamoto-Yakko. I Kabuki-Mono erano bande di Ronin, Samurai senza padroni, e di ex dipendenti di famiglie di Samurai.
Con l'era Tokugawa, iniziò un periodo di pace nel Paese e molti Samurai, per mancanza di lavoro, vennero rilasciati dai loro padroni e divennero dei Ronin: si unirono tra di loro formando delle bande. Queste bande erano conosciute per la violenza con la quale taglieggiavano e terrorizzavano gli abitanti dei villaggi. Erano noti anche per i loro comportamenti rozzo e per il loro linguaggio volgare. Vestivano, inoltre, in maniera appariscente, con colori sgargianti, e portavano eccentrici tagli di capelli.
L'altra ipotesi, sostenuta dalla stessa yakuza, considera come progenitori i Machi-Yakko, una sorta di polizia privata che, costituita da commercianti, negozianti e anche da Ronin, aveva il compito di proteggere i villaggi dalla scorrerie dei Kabuki-Mono. Erano figure molto amate dalla popolazione e assunsero il ruolo di eroi popolari che intervenivano per proteggere i più deboli contro i terribili Kabuki-Mono. Gli affiliati Machi-Yakko erano dediti al gioco d'azzardo e instaurarono tra di loro una relazione del tutto simile a quella che esiste tuttora nella yakuza.
Gruppi più simili alla moderna moderna mafia giapponese, nacquero alla metà del XVIII secolo: i Bakuto e i Tekiya.
I Bakuto erano giocatori d'azzardo che percorrevano il Giappone portando i loro giochi tradizionali. Essendo il gioco d'azzardo illegale, erano considerati molti in basso nel sistema feudale delle caste. Ciononostante molti signori feudali li assumevano per giocare con i loro dipendenti al fine di recuperare parte dello stipendio. I Bakuto usavano anche tatuarsi vistosamente il corpo. Dai Bakuto, probabilmente, deriva anche il nome "Yakuza": tra i giochi che praticavano c'era l'Oicho-kabu, una sorta di Blackjack in cui però bisogna arrivare al punteggio di 19 e non di 21. Se un giocatore raggiunge il punteggio di 20, sballa: il 20 è quindi il punteggio peggiore, equivale a 0. Una di queste combinazioni che danno il risultato di 20 è 8-9-3 che in giapponese si legge come ya-ku-sa. La popolazione considerava i Bakuto come gente inutile, un 8-9-3, un yakuza.
I Tekiya, invece, erano venditori ambulanti che erano noti per la tendenza ad imbrogliare i clienti: vendevano merce di scarsa qualità se non, addirittura, contraffatta. Si univano in gruppi ed arrivarono a controllare le fiere dove offrivano, in cambio di soldi, un servizio di protezione agli altri commercianti. Fu in questo gruppo che comparve per la prima volta il termine Oyabun per designere la persona con la carica più alta.
I Tekiya svolgeva un compito del tutto legale e cioò quello di supervisionare e proteggere i commercianti: per questo il governo di Edo rafforzò il loro potere dando la possibilità di portare la spada. Ma i Tekiya portavano avanti
anche operazione illecite come, per esempio, il racket, le estorsioni. Anche loro ccupavano un posto molto in basso nel sistema delle caste.
Nel periodo intorno alla Seconda Guerra Mondiale, nacque un terzo gruppo chiamato Gurentai. I Gurentai erano quelli che più degli altri si avvicinavano al concetto moderno di bande criminali: usavano la violenza per raggiungere i
loro scopi, Erano vicini agli ambienti politici di estrema destra e ultranazionalisti, venivano spesso usati per intimidire le organizzazioni sindacali e avevano un rapporto stretto con molti ufficiali dell'esercito.
Grazie a questi gruppi, negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale, vennero portati a termine numerosi assassini politici. Parteciparono pure ad attività di spionaggio nelle colonie. Insomma in queglii anni i Gurentai rappresentavano il braccio violento del regime per intimidire ed eliminare personaggi scomodi.
Dopo la fine della Guerra, nonostante la lotta contro di essa degli Stati Uniti, la yakuza (intendendo quindi questi tre gruppi) non morì, ma, anzi sopravvisse grazie al mercato nero che si era diffuso nei primi anni dopo la guerra. Nel 1950 gli Stati Uniti alzarono bandiera bianca riconoscendo l'impossibilità di sconfiggere la yakuza. Oltretutto ufficiali dell'esercito si servivano della vasta reta instaurata della mafia per i loro scopi di gestione del Giappone post-bellico.
Intanto la yakuza si stava adeguando ai tempi moderni: divenne più violenta, ramificò i suoi interessi in diverse direzioni. Anche il look cambiò e la spada venne sostituita dalla pistola e i membri, influenzati, dai film americani di gangster, comimciarono a vestirsi all'americana con occhiali da sole, completi scuri su maglietta bianca.
Tra gli anni '50 e '60, il momento forse di massimo splendore della yakuza, si potevano contare circa 184.000 membri con 5.200 bande operanti in quasi tutto il Paese. In quegli anni scoppiò anche una violenta guerra intestina che terminò grazie all'intervento di un ambiguo personaggio: Yoshio Kodama.
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29/05/2009
Gli Ainu
Gli attuali abitanti del Giappone non sono gli originari abitanti dell'arcipelago, ma sono migrati dalla penisola coreana in una terra già abitata da un'altra popolazione: gli Ainu. All'inizio la convivenza tra i due popoli era pacifica, ma ben presto gli Ainu cominciarono ad essere sospinti sempre più verso nord e finirono con lo stabilirsi nell'isola settentrionale di Ezo che, in periodo Meiji, venne ribattezzata in Hokkaido.
Sull'origine degli Ainu non c'è una unanimità: ci sono molte teorie ognuna delle quali ha convincenti argomenti a favore. Forse quella prevalente parla di una loro provenienza, in epoca preistorica, dalla Siberia, ma il territorio d'origine, sempre secondo questa teoria, dovrebbe essere l'estremo nord europeo, luogo di origine anche di popolazioni quali gli Inuit, i Sami e gli Indiani d'America che con gli Ainu condividerebbero quindi un'origine comune. Altre teorie parlano di lontane parentele con le popolazioni del Tibet, della Mongolia e perfino con gli aborigeni australiani. Comunque, qualsiasi sia l'origine, gli Ainu e i Giapponesi sono due popolazioni geneticamente diverse. Le differenze non si limitano solo alla morfologia, ma riguardano anche la culture, la religione e il linguaggio: la lingua Ainu, nonostante tentativi di imparentarla con l'antico giapponese, non presenta nessun contatto con le altre lingue asiatiche.
La loro religione è di tipo animista e quindi credono che ogni oggetto ed essere vivente sia dotato di uno spirito. La loro divinità suprema è la Madre Terra.
Popolo di cacciatori si ciba prevalentemente di carne (orso, volpe, lupo, cavallo) e di pesce, ma mai crudi, sempre cotta.
La storia della popolazione Ainu, e i suoi rapporti con i Giapponesi, è piuttosto difficile. A seguito di varie guerre con il Giappone, sono stati spinti sempre più a nord fino all'isola di Ezo. Durante la restaurazione Meiji, l'isola venne annessa al Giappone e il nome cambiato in Hokkaido. La colonizzazione dell'isola fu dolorosa per gli Ainu che vennero perseguitati, discriminati e ridotti ad uno stato di schiavitù, in una situazione che ricorda quella degli indiani d'America.
Nel 1899 venne votata la "Hokkaido Aborigine Protection Act", ma fu solo nel 1991 che il Giappone, su invito delle Nazioni Unite, riconobbe pubblicamente l'esistenza degli Ainu come minoranza etnica. Infine nel 1997 la Dieta votò l' "Act on the Encouragement of Ainu Culture and the Diffusion and Enlightenment of Knowledge on Ainu Tradition".
Nonostante questo però gli Ainu continuano a lamentare, ancora oggi, una persistente discriminazione nei loro confronti.
Attualmente gli Ainu sono per lo più concentrati in alcuni centri dell'Hokkaido meridionale ed orientale dove i turisti hanno la possibilità di visitare musei dedicati alla cultura Ainu nonchè assistera a danze, canti e cerimonie di questo popolo.
Sono circa 150.000 gli Ainu rimasti anche se sono molti di più i Giapponesi che hanno un po' di sangue di questo popolo nelle loro vene. A seguito poi dei molti matrimoni misti, di veri Ainu ce ne sono rimasti oramai pochi.
Oltre ad alcune zone dell'Hokkaido, gli Utari , come gli Ainu preferiscono chiamarsi, sono localizzati, anche se in numero limitato, nel nord di Honshu, nella penisola di Sakhalin, nelle isole Curili e nell'estremità meridionale della penisola del Kamchatka.
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25/05/2009
La guerra del tenente Hiroo Onoda

Hiro Onoda aveva 20 anni quando, nel 1942, venne chiamato a servire la Patria. Al termine dell'addestramento ricevette il grado di Tenente ed entrò nella scuola del servizio segreto dell'esercito. Onoda ricevette anche l'addestramento per poter condurre operazioni di guerriglia.
Il 17 Decembre 1944 venne dislocato nell'isola di Lubang, nelle Filippine, con l'ordine di distruggere il porto e la pista di atterraggio prima dell'arrivo degli americani. Dal Maggiore Taniguchi e dal Maggiore Takahashi ricevette anche l'ordine di attendere sull'isola, una volta che fosse stata conquistata dagli americani, il ritorno dell'esercito imperiale che, anno meno o anno più, avrebbe riconquistato Lubang. Secondo gli ordini ricevuti Onoda non doveva assolutamente togliersi la vita, ma rimanere nascosto fino a che l'esercito non avrebbe avuto nuovamente bisogno dei suoi servizi.
Con l'isola ormai persa Onoda, con altri compagni, si rifugiò nella boscaglia da dove contava di condurre operazioni di guerriglia in attesa dell'inevitabile ritorno dell'esercito imperiale. La sua cellula era composta da lui e altri tre compagni: il Caporale Shimada e i soldati Kozuka e Akatsu. Tutti e quattro, con limitati viveri e munizioni, continuarono a vivere nella boscaglia cibandosi di noci di cocco, bacche e cibo che riuscivano, di volta in volta, a rubare agli isolani.
Nell'Ottobre del 1945, per la prima volta, lessero un avviso che avvertiva che la guerra era ormai finita, ma non si fidarono credendolo una mossa degli americani per farli uscire allo soperto e poi catturarli. Un altro messaggio arrivò dal cielo lanciato da un B-17, sul finire del '45, e il messaggio riportava un testo del Generale Yamashita che ordinava la resa. Ma neanche a questo messaggio Onoda e i suoi compagni credettero.
Ai messaggi si aggiunsero via via copie di giornali, foto e lettere di parenti, ma niente convinse i quattro soldati a venir meno agli ordini ricevuti.
Nel Settembre del 1949 uno dei quattro, Akatsu, lasciò di nascosto la compagnia e, dopo altri 6 mesi da solo nella boscaglia, decise di arrendersi. Fedele all'ordine ricevuto la cellula di Onoda continuò la guerriglia ingaggiando scontri a fuoco con gli abitanti dei villaggi limitrofi, con pattuglie dell'esercito filippino o con squadre che periodicamente venivano mandate per scovarli. Fu proprio a causa di questi scontri a fuoco che morirono gli altri due compagni di Onoda: Shimada morì nel 1954 e Kozuka nel 1972.
Nonostante Onoda fosse stato dichiarato ufficialmente morto nel 1959, c'era ancora chi credeva di poterlo trovare ed è proprio per questo motivo che arrivò a Lubang Norio Suzuki, uno studente.
Suzuki, dove molti avevano fallito, riuscì ad incontrare il Tenente Onoda, ma neanche questo riuscì a convincere il Tenente ad arrendersi e, anzi, Onoda si sarebbe arreso solo se il suo superiore glielo avesse ordinato di persona. Lo studente, con la foto di Onoda, tornò in Giappone, rintracciò l'ex Maggiore Taniguchi, che ne frattempo aveva aperto una libreria, e con lui tornò a Lubang. Qui, Taniguchi ordinò a Onoda di arrendersi e, finalmente, dopo 29 anni dalla fine della guerra Hiroo Onoda uscì dalla Jungla.
Nonostante Onoda, con i suoi compagni, avesse ucciso, in tutti quegli anni, 30 filippini, ottenne la grazia dal Presidente delle Filippine Ferdinando Marcos.
Tornato in Giappone, venne accolto come un eroe, come l'ultimo difensore dell'Impero del Sol Levante. C'era anche chi voleva che entrasse nella Dieta. Scrisse una autobiografia, ma poi, nel 1975, infastidito da tutte queste attenzioni, emigrò in Brasile dove si sposò e si occupò della comunità giapponese in Brasile. Tornato in Patria nel 1984, perchè colpito da un fatto di cronaca che vedeva coinvolto un minore, e aprì una serie di scuole educative per ragazzi. Nel 1996 tornò a Lubang dove donò 10.000 dollari alla locale scuola.
Tuttora spende la sua vita tra il Giappone e il Brasile.
15:18 Scritto da parsifal661 in Storia | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | Tag: hiroo onoda, lubang, 2° guerra mondiale | OKNOtizie |
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06/05/2009
I Burakumin
Nel Periodo di Edo (1603 - 1868 d.C.) la società giapponese era divisa in quattro caste: i samurai, i contadini,
i mercanti e gli artigiani. Al di sotto di questa gerarchia c'erano i fuori-casta e cioè gli Eta.
A questa categoria appartenevano quelle persone che, nel loro lavoro, dovevano maneggiare corpi morti, umani ed
animali, sangue: elementi considerati impuri dalle religioni scintoista e buddista. Gli Eta erano quindi boia, macellai, conciatori.
Il sistema delle caste venne abolito nel 1871, all'inizio dell'era Meiji, ma i pregiudizi sociali, le discriminazioni, contro i Burakumin, i discendenti di quei fuori-casta, continuarono e ancora oggi molti giapponesi, soprattutto gli anziani. hanno pregiudizi nei loro confronti. Basti pensare che, secondo un recente sondaggio, in caso di matrimonio ancora il 20% dei genitori controlla se lo sposo, o la sposa del proprio figlio, o della propria figlia, è un Burakumin, ma a volte basta provenire da una comunità Burako per essere discriminati, magari anche senza essere un Burakumin.
Le comunità Buraku sono insediamenti dove risiedono questi discendenti dei fuori-casta. Sorgono dove una volta sorgevano i villaggi Eta. La loro localizzazione non è molto pubblicizzata, ma è conosciuta al governo che, nel 1969, ha avviato una massiccia campagnia per lo sviluppo e l'assimilazione di queste comunità: notevoli investimenti sono stati stanziati per ammodernare ed integrare le comunità Burako.
Le stime su quanti siano i Burakumin oggi varia molto e va dai circa 800.000, secondo il governo, agli oltre 3 milioni secondo i calcoli del Buraku Liberation League, la maggiore organizzazione che si batte per i diritti dei Burakunin.
Durante il Periodo Edo questa sotto-casta rimase pressochè isolata dalle altre. In questo modo mantenne il monopolio sui suoi commerci. Il livello di vita degli Eta, per questo motivo, era elevato e alcuni erano talmente ricchi da potersi permettere il passaggio, mediante matrimonio o acquisto dei diritti, alla categoria dei samurai. Inoltre gli Eta, non possendendo riso, che era alla base del sistema tributario, erano esentati
dal pagare le tasse. Avevano i loro templi, le loro scuole, ma pochi contatti con i rappresentanti delle altre classi e comunque, in caso di rapporti con le altre caste, erano sempre tenuti a seguire un comportamento di sottomissione.
I guai, paradossalmente, iniziarono con la fine del periodo feduale: le caste vennero abolite e con esso gli eta persero il monopolio sui loro commerci. Ma la discriminazione da parte della società non sparì e così la qualità di vita peggiorò sempre di più. I villaggi Eta si trasformarono presto in insediamenti degradati mentre i cittadini normali continuavano ad evitare di avere contatti con loro.
All'inizio del '900 sorsero i primi gruppi per la difesa dei diritti dei Burakumin e dopo la fine della seconda guerra mondiale nacquero il Buraku Liberation League e poi, da una sua costola, il National Buraku Liberation Alliance, tutti di ispirazione socialista o comunista, che sono i maggiori gruppi che lottano per i diritti e per la completa integazione dei discendenti dei Burakumin.
Grazie alla pressione esercitata da questi due gruppi, nel 1969, come ricordato poc'anzi, il governo approvò la "Legge per le Misure
Sperciali per Progetti di Assimilazione": un grande progetto per lo sviluppo degli insediamenti Buraku e per l'integrazione dei Burakumin.
Nel 1975 scoppiò uno scandalo quando cominciò a circolare un libro, venduto poi in tutto il Giappone, che altro non era che una lista
dei nomi, e delle loro localizzazione, delle comunità Buraku: "Tokushu Buraku Chimei Soukan". Questo libro, come asseriva la prefazione,
era rivolto a quei genitori che non vogliono che il figlio, o la figlia, sposi la persona sbagliata e per quelle compagnie che intendono
fare delle indagini sulle origini di un candidato all'assunzione. Secondo il BLL molte compagnie importanti, fra cui la Toyota e
la Honda, acquistarono molte copie del libro e sembra che lo utilizzassero, insieme a ricerche effettuate nel registro dell'Anagrafe, al fine
di evitare di dover assumere un Burakumin.
Il libro venne poi bandito, ma si teme che molte copie siano ancora in circolazione e, purtroppo, ancora usato.
Anche l'accesso all'Anagrafe è stato ristretto e ammesso solo per le ricerche giudiziarie.
La situazione odierna dei Burakumin è sicuramente migliore rispetto ad una decina di anni fa, ma, soprattutto tra la persone anziane, esistono ancora dei pregiudizi nei loro confronti. La discriminazione sociale non è sparita, soprattutto nel campo del matrimonio. Il disagio dei Burakumin è ancora evidente tantevvero che la maggioranza dei componenti della Yakuza, la mafia giapponese, è composta da Burakumin.
C'è ancora molto da lavorare per una integrazione completa.
09:45 Scritto da parsifal661 in società, Storia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: burakumin, buraku, caste, periodo edo | OKNOtizie |
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22/04/2009
Cipango: la El Dorado dell'Oriente ?

Il primo giacimento di oro, in Giappone, venne scoperto nel 749 d.C. ad Oshu, nel nord-est del Paese. Alcune decine di chili del metallo prezioso, vennero annualmente trasportate nella capitale Nara dove finirono nella costruzione della statua del Grande Buddha. Alla fine la colossale statua, alta 15.8 metri, era tutta ricoperta di oro e questa visione impressionò non poco i visitatori, tra cui molti monaci buddisti, provenienti dalla Corea, dalla Cina e dall'India.
Anche successivamente alla costruzione del Grande Buddha, da Oshu arrivarano a Nara quantitativi di oro che servirono a finanziare viaggi di studio che i monaci buddisti giapponesi fecero in Cina.
Nella capitale cinese arrivarono così studenti e diplomatici carichi di oro per il loro mantenimento. Anche questo episodio contribuì alla nascita della leggenda di un Paese dell'Oro chiamato Wakoku (l'antico nome cinese del Giappone).
La leggenda si sparse a macchia d'olio e arrivò alle orecchie dei mussulmani i cui mercanti la portarono nell'Asia occidentale. Siamo all'alba dell'anno 1000 e a quel tempo il Giappone esportava in Cina larghi quantitativi di oro in cambio di seta, ceramiche e altri prodotti.
La leggenda di Cipango come "Paese dell'oro" accrebbe anche per l'aggiunta di elementi romanzeschi aggiuntisi man mano che il raccontò veniva passato oralmente. Il libro di Marco Polo, "Il Milione", non fece altro che confermare e diffondere la leggenda in tutta Europa. Ashikaga Yoshimitsu, Shogun del periodo Muromachi, nel 1397, si fece costruire, a Kyoto, un padiglione di tre piani interamente ricoperto d'oro e che è un po' rimasto il simbolo di quell'era di grande ricchezza. Il Padiglione d'Oro e tutt'ora una delle maggiori attrazioni turistiche.
Nel XVI secolo arrivarono i Portoghesi che riuscirono a trovare questo fantomatico El Dorado in oriente, ma ormai il periodo dell'oro era finito. Il Giappone era diventato un grosso produttore di Argento e anzi si stima che producesse, a quel tempo. un terzo di tutta la produzione mondiale di Argento.
Nella seconda metà del secolo, una nuova leggenda circolò tra i marinai portoghesi: un'altra isola, vicino al Giappone, era piena di Argento ed Oro. Nei decenni successivi venne inutilmente cercata da Portoghesi e Spagnoli fino a quando nel 1643 un navigatore olandese, Maerten Gerritsz de Vries, che lavorava per la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, non la individuò nell'isola di Ezo, l'attuale Hokkaido. I progetti di sfruttamento però vennero presto abbandonati a causa del collassamento dell'impero cinese dei Ming.
L'Oro, su quell'isola, c'era veramente e nel 1898 un grosso giacimento del metallo giallo venne trovato sulle rive del fiume Horobetsu e altri quantitativi minori presso altri fiumi dell'Hokkaido.
14:59 Scritto da parsifal661 in Storia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: cipango, giappone, oro, marco polo | OKNOtizie |
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07/04/2009
La "Marcia della Morte" di Baatan

Quasi subito dopo l'attacco del 7 Dicembre del 1941 a Pearl Harbour, i Giapponesi iniziaro le operazioni per l'invasione delle Filippine. Già nella prima metà di Dicembre l'esercito imperiale mise piede nelle Filippine, l'aviazione conquistò il dominio nei cieli e in pratica l'arcipelago venne isolato da qualsiasi tentativo di farvi giungere rinforzi. Rinforzi che sperava di ricevere il Douglas Mac Arthur quando decise di ritirarsi nella penisola di Baatan cercando di resistere fino all'arrivo dei rinforzi dalla madrepatria.
Agli inizi di Gennaio iniziò la battaglia di Baatan. I combattimenti, molto aspri, durarono 3 mesi. Ormai persa anche Bataan, Mac Arthur, il 12 Marzo, fuggi a Mindanao da dove, il 22 Marzo, volò in Australia
Il 3 Aprile iniziò l'attacco finale che portò, il 9 Aprile, alla resa del Generale Edward P. King con i suoi oltre 75.000 soldati tra filippini ed americani: fu la più numerosa resa nella storia dell'esercito americano.
Dopo la conquista della penisola di Bataan, i Giapponesi si ritrovarono fra le mani circa 75.000 prigionieri di guerra da dover trasferire nel campo di prigionia O'Donnell nella provincia di Tarlac distante un centinaio di chilometri. L'esercito imperiale non era preparato per un trasferimento così massiccio, i mezzi erano scarsi e malridotti, ed inoltre le strade erano sconnesse e accidentate.
Immediatamente iniziò, con mezzi di fortuna, la terribile marcia dei prigionieri verso Camp O'Donnell: un crimine di guerra ricordato con il nome di "La marcia della morte di Bataan".
I prigionieri, molti dei quali in cattive condizioni di salute, vennero costretti a camminare, sotto un sole implacabile, per decine e decine di chilometri senza assolutamente niente da mangiare o da bere. Chi si attardava veniva ucciso sul posto. A migliaia, durante il viaggio, morirono per malattia, disidratazione, fame, ferite. Molti prigionieri vennero decapitati o colpiti con le baionette.
Nonostante ci furono molti che riuscirono a fuggire, moltissimi furono i morti anche se un conteggio ufficiale non è mai stato fatto. Circa 54000 dei 75000 prigionieri giunsero a destinazione.
Il 6 Giugno di quell'anno, i filippini detenuti in quel campo, ottennero la libertà. I prigionieri americani, circa 10000, vennero poi trasferiti a Cabanatuan da dove, mediante le famigerate "Hell Ships", vennero trasferiti in campi di prigionia in Giappone, in Corea ed in Manciuria.
Nel Gennaio 1945 le Filippine vennero riconquistate dagli Americani che liberarono 511 loro connazionali ancora detenuti a Cabanatuan. Il Generale Masaharu Homma, responsabile della "nmarcia della morte", venne riconosciuto colpevole di crimini di guerra e condannato a morte: venne fucilato il 3 Aprile del 1946.
11:55 Scritto da parsifal661 in Guerra del Pacifico, Storia | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: bataan, marcia della morte, filippine, 1942, guerra del pacifico | OKNOtizie |
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06/08/2008
6 Agosto 1945: Hiroshima
Il 6 Agosto di 43 anni fa gli Stati Uniti sganciarono sul Giappone la prima delle due bombe atomiche (la seconda venne usata su Nagasaki il 9 Agosto, tre giorni dopo).
Come ogni anno in questa data si svolgono celebrazioni per non dimenticare quello che successe e per lanciare un monito: che nessuno pensi di usare l'arma atomica come strumento per risolvere i contenziosi internazionali.
Per chi volesse leggere su gli avvenimenti che portarono al bombardamento atomico, può leggere questo mio articolo ===> QUI
09:26 Scritto da parsifal661 in Storia, video | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: hiroshima, bombardamento atomico | OKNOtizie |
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27/06/2008
La nascita del Giappone moderno: La fine dell'isolamento - Seconda parte
La continua crescita economica dei paesi occidentali ha portato questi a cercare nuovi mercati. Fu così che l'Inghilterra, gli Stati Uniti, la Russia e l'Olanda cominciarono ad interessarsi al Giappone. La Cina era ormai stata ridotta in uno stato semi-coloniale e non ci si illudeva che anche al Giappone, prima o poi, avrebbe fatto la stessa fine.
Nel Paese però c'era una maggioranza importante, incentrata sulla figura dell'Imperatore, che continuava ad opporsi a qualsiasi forma di apertura: di conseguenza le trattative diplomatiche per aprire il Giappone al mercato internazionale, fallirono.
Nel Luglio del 1853 gli Stati Uniti decisero di costringere con la forza il governo nipponico a fare quello che non erano riusciti ad ottenere con la diplomazia. Il commodoro Matthew C. Perry, a capo di una imponente flotta, si presentò quindi di fronte al porto di Edo (l'odierna Tokyo) con in mano l'ultimatum con cui il governo americano pretendeva l'instaurazione di rapporti commerciali: il Giappone avrebbe avuto pochi mesi per decidere come rispondere.
Questo fatto mise il Paese di fronte ad una scelta drammatica che avrebbe pesantemente condizionato il suo futuro. Nella società avvenne una spaccatura netta: da una parte lo Shogun favorevole ad accettare l'ultimatum e dall'altra l'Imperatore e la maggior parte dei Daimyo che erano assolutamente per una politica di apertura nei confronti degli stranieri.
L'Imperatore che, fino ad allora, era vissuto molto ai margini della vita politica, cominciò essere preso in considerazione a tal punto che attorno all'Imperatore Komei si riunirono gli esponenti ostili all'apertura agli stranieri ed ostili anche allo shogunato.
Lo Shogun, nonostante i molti pareri contrari ad accettare l'ultimatum, non poteva far altro che sottomettersi agli americani; il divario militare tra i giapponesi e le forze occidentali era netto e respingere l'ultimatum avrebbe portato a conseguenze durissime per il Giappone. E così, nel Febbraio dell'anno successivo, alla ricomparsa del Commodoro Perry, la Shogun decise di accettare l'ultimatum. Agli americani vennero aperti due porti: Hakodate, nell'isola di Hokkaido, e Shimane, non molto distante da Edo. Nel giro di un paio di anni anche Russia, Olanda e Inghilterra pretesero l'apertura delle mercato nipponico alle loro merci. I trattati stipulati non erano certo su base egualitaria: vennero detti "trattati iniqui" in quanto, essendo imposti al Giappone, non erano certo favorevoli a quest'ultima. I "trattati iniqui", per esempio, stabilivano che i cittadini stranieri, residenti in Giappone, venissero giudicati dal tribunale consolare del loro paese di origine e non da quello giapponese in caso di violazione della legge. Altro esempio era l'imposizione al Giappone del diritto di riscuotere al massimo il 5% del valore delle merci importate.
Altri porti vennero aperti agli stranieri e a loro venne consentito di stabilirsi sul suolo nipponico. L'arrivo sul mercato nazionale di prodotti stranieri di migliore qualità a causa del progresso tecnologico raggiunto dall'Occidente, provocò grossi problemi all'economia nipponia.
Era la fine di un'epoca: dopo due secoli di isolamento quasi completo il Giappone si apriva al commercio a ai contatti con l'esterno. La svolta portò il paese ad una situazione di spaccatura che sfociò in una breve guerra civile, la guerra di Boshin, tra i rinnovatori, legati alla figura dello Shogun Tikugawaw e i conservatori che, al grido di "fuori i barbari" e "onore all'Imperatore", anacronisticamente si opponevano a qualsiasi presenza straniera nel Paese.
14:14 Scritto da parsifal661 in Storia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: tokugawa, shogun, william c. perry | OKNOtizie |
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23/06/2008
La nascita del Giappone moderno: La fine dell'isolamento - Prima parte
Nel 1600 d.C., con l'inizio dello shogunato (bakufu) Tokugawa, cominciò per il Giappone un periodo particolare, della durata di più di due secoli, che non trova l'equivalente in nessun tempo e in nessuna area geografica della terra.
Fu un periodo di pace, se si eccettuano alcuni scontri interni di poco conto, ma anche di isolamento, quasi completo, dal resto del mondo; molto rari erano i rapporti, più che altro commerciali, con l'esterno (Cina, Corea ed Olanda). I marinai stranieri che, a seguito di qualche naufragio, finivano sulle costa giapponesi, venivano messi a morte e i fortunati che riuscirono a tornare in Occidente raccontavano storie di violenze e di torture a cui venivano sottoposti i malcapitati stranieri che avevano la sventura di finire in quel Paese. Furono anche due secoli di stagnazione sociale e tecnologica; l'isolamento tenne il Giappone fuori dal progresso tecnologico ed industriale che i paesi occidentali raggiunsero nel XVIII e nella prima metà del XIX secolo. Mentre l'Europa viveva l'età dell'illuminismo, l'era industriale, le prime rivoluzioni, il Giappone era ancora in un periodo di tipo medievale. Fino al XVI secolo il Giappone si poteva ritenere allo stesso livello tecnologico degli altri paesi, ma nel XIX secolo il divario era nettissimo a favore dell'Occidente.
E i paesi occidentali non fecero nulla per portare il Giappone nel novero dei paesi industrializzati: semplicemente, presi dalle loro guerre e dai loro problemi, si dimenticarono della sua esistenza.
Questo stato di cose durò fino alla metà del XIX secolo quando un commodoro americano, Matthew C. Perry, inconsapevolmente diede il via ad uno spettacolare balzo in avanti che, nel volgere di appena un secolo, portò il Giappone da uno stato tutto sommato medievale, arretrato tecnologicamente, politicamente e militarmente, ad essere un paese moderno con una una temibile potenza economica e militare. Questo processo, soprattutto per la brevità non ebbe uguali in tutta la Storia della civiltà. Tutto iniziò il Luglio del 1853 quando Perry e le sue navi da guerra fecero ingresso nella baia di Tokyo.
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11/06/2008
L'Imperatore Jimmu
L'Imperatore Jimmu è un personaggio avvolto nella leggenda. Secondo i testi sacri che raccontano delle origini del Giappone, Jimmu sarebbe il primo Imperatore a governare sul Giappone. Fu il capostipite della famiglia Yamato che ancora siede sul trono del Crisantemo. In pratica anche il presente Imperatore, Akihito, discenderebbe in linea diretta da Jimmu che a sua volte, sempre secondo la leggenda, sarebbe un discendente della Dea del Sole Amaterasu. Queste origini della casa regnante fecero sì che l'Imperatore, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, venne considerato una sorta di mezza divinità.
Secondo la tradizione Jimmu nacque, secondo il calendario giapponese, l'1 Gennaio del 711 a.C. e morì, a 126 anni, l'11 Marzo 585. Le origini dell'Imperatore si mescolano con la mitologia nipponica. Amaterasu, una delle principale divinità del Pantheon giapponese, ebbe un figlio che le diede un nipote Nini-no-Mikoto. Quest'ultimo venne spedito, da Amaterasu, in Giappone dove si sposò ed ebbe tre figli. Una di esse, Hikohohodemi no Mikoto,sposò Toyotama-hime. Ebbero un figlio che abbandonarono ma che poi cresciuto dalla zia che poi sposò. Dal matrimonio nacquero 4 figli, l'ultimo dei quali era l'Imperatore Jimmu.
Nacque nell'odierna prefettura di Miyazaki, nell'isola di Kyushu. Lui e i suoi fratelli ritennero inadeguato il posto per le loro aspirazioni e migrarono verso oriente dove eliminarono i vari regnanti locali e, dopo aver conquistato Yamato, Jimmu si proclamò imperatore.
Secondo la tradizione la tomba di Jimmu si trova a Kashihara nella prefettura di Nara.
Una curiosità: la trascrizione corretta del nome dell'Imperatore sarebbe Jinmu. Nella llingua giapponese non esiste la doppia "M" e in italia è stata presa per buona la trascrizione, errata, fatta dagli inglesi: Jimmu.
15:25 Scritto da parsifal661 in Famiglia imperiale, Personaggi, Storia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: jimmu, imperatori | OKNOtizie |
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