La nascita del Giappone moderno: La fine dell’isolamento – Seconda parte

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La continua crescita economica dei paesi occidentali ha portato questi a cercare nuovi mercati. Fu così che l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Russia e l’Olanda cominciarono ad interessarsi al Giappone. La Cina era ormai stata ridotta in uno stato semi-coloniale e non ci si illudeva che anche al Giappone, prima o poi, avrebbe fatto la stessa fine.
Nel Paese però c’era una maggioranza importante, incentrata sulla figura dell’Imperatore, che continuava ad opporsi a qualsiasi forma di apertura: di conseguenza le trattative diplomatiche per aprire il Giappone al mercato internazionale, fallirono.
Nel Luglio del 1853 gli Stati Uniti decisero di costringere con la forza il governo nipponico a fare quello che non erano riusciti ad ottenere con la diplomazia. Il commodoro Matthew C. Perry, a capo di una imponente flotta, si presentò quindi di fronte al porto di Edo (l’odierna Tokyo) con in mano l’ultimatum con cui il governo americano pretendeva l’instaurazione di rapporti commerciali: il Giappone avrebbe avuto pochi mesi per decidere come rispondere.
Questo fatto mise il Paese di fronte ad una scelta drammatica che avrebbe pesantemente condizionato il suo futuro. Nella società avvenne una spaccatura netta: da una parte lo Shogun favorevole ad accettare l’ultimatum e dall’altra l’Imperatore e la maggior parte dei Daimyo che erano assolutamente per una politica di apertura nei confronti degli stranieri. 
L’Imperatore che, fino ad allora, era vissuto molto ai margini della vita politica, cominciò essere preso in considerazione a tal punto che attorno all’Imperatore Komei si riunirono gli esponenti ostili all’apertura agli stranieri ed ostili anche allo shogunato. 
Lo Shogun, nonostante i molti pareri contrari ad accettare l’ultimatum, non poteva far altro che sottomettersi agli americani; il divario militare tra i giapponesi e le forze occidentali era netto e respingere l’ultimatum avrebbe portato a conseguenze durissime per il Giappone. E così, nel Febbraio dell’anno successivo, alla ricomparsa del Commodoro Perry, la Shogun decise di accettare l’ultimatum. Agli americani vennero aperti due porti: Hakodate, nell’isola di Hokkaido, e Shimane, non molto distante da Edo. Nel giro di un paio di anni anche Russia, Olanda e Inghilterra pretesero l’apertura delle mercato nipponico alle loro merci. I trattati stipulati non erano certo su base egualitaria: vennero detti “trattati iniqui” in quanto, essendo imposti al Giappone, non erano certo favorevoli a quest’ultima. I “trattati iniqui”, per esempio, stabilivano che i cittadini stranieri, residenti in Giappone, venissero giudicati dal tribunale consolare del loro paese di origine e non da quello giapponese in caso di violazione della legge. Altro esempio era l’imposizione al Giappone del diritto di riscuotere al massimo il 5% del valore delle merci importate.
Altri porti vennero aperti agli stranieri e a loro venne consentito di stabilirsi sul suolo nipponico. L’arrivo sul mercato nazionale di prodotti stranieri di migliore qualità a causa del progresso tecnologico raggiunto dall’Occidente, provocò grossi problemi all’economia nipponia.

Era la fine di un’epoca: dopo due secoli di isolamento quasi completo il Giappone si apriva al commercio a ai contatti con l’esterno. La svolta portò il paese ad una situazione di spaccatura che sfociò in una breve guerra civile, la guerra di Boshin, tra i rinnovatori, legati alla figura dello Shogun Tikugawaw e i conservatori che, al grido di “fuori i barbari” e “onore all’Imperatore”, anacronisticamente si opponevano a qualsiasi presenza straniera nel Paese.

Prima parte

La nascita del Giappone moderno: La fine dell’isolamento – Seconda parteultima modifica: 2008-06-27T14:14:21+00:00da parsifal661
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